martedì 13 dicembre 2011

Following Friday

Bravi, sono bravi. Le  quattro canzoni di questo EP suonano bene, sono ritmate, allegre, combinano sapientemente sonorità e ritmiche aggressive con melodie orecchiabili. Le parti di chitarra ritmica e batteria, le meglio riuscite e meno scontate,  sono le parti che sostengono il tutto, che riescono a dare un tocco di freschezza e novità a delle linee melodiche spesso prevedibili.


Speriamo per i Following Friday che abbiano fatto I furbi, in questo EP, e abbiano semplicemente cercato di essere orecchiabili e attenti al mercato, in modo da arrivare all’orecchio smaliziato di chi li possa spingere un po’ più in la di  quanto non possa fare un talent show o una ospitata a MTV. La nostra paura è che in realtà siamo di fronte all’ennesimo esperimento post-Finley e cose del genere. Il modo di cantare,  le linee melodiche immediate, i soli di chitarra elementari, tradiscono una ricerca di semplicità che non rappresenta una scelta stilistica, ma semplicemente un modo per arrivare ad ascoltatori che non pretendano troppo, che possano consumare il prodotto musicale come fosse un chewing gum: saporito all’inizio, non ha più niente da dare dopo qualche minuto. Ma da un chewing gum  non si chiede niente più di questo. Temiamo che se la strada che vogliono percorre è questa, il massimo che può succedere sarà un disco, che non li arricchirà, un paio di tour, qualche comparsata qua e là e infine, se non scatta qualcosa, l’oblio. Le capacità ci sono. Le idee, soprattutto a livello musicale, ci sono. Serve un po’ di coraggio nell’uscire dallo schema del powerpop, un genere ibrido che non mi ha mai convinto. Ci piacciono le band per che offrono tanto da ascoltare, a tanti livelli. Non occorre essere complicati o tecnici. È sufficiente essere credibili. Delle quattro canzoni del CD, tutte caratterizzate dagli stessi elementi (ritornello orecchiabile, giri di tastiera su progressione di accordi, batteria energica, chitarre distorte e potenti) , una spicca per una serie di elementi interessanti. Online song, la seconda canzone del CD, ha alcuni elementi di originalità che potrebbero lasciare intuire una strada da percorrere per il futuro dei Following Friday: la chitarra ritmica e la batteria sono una sicurezza, qui si notano una certa originalità anche nelle tastiere e nelle linee melodiche delle strofe. Inizia promettente: bel giro di batteria, chitarra energica e ficcante. Le parti strumentali sono coinvolgenti e catturano l’attenzione.  Il ritornello e i cori, purtroppo, ricordano un po’ troppo le sigle di chiusura dei Teen-movie americani, ma è evidente il tentativo della band di imprimere nel pezzo la propria personalità. I suoni sono bellissimi, i pezzi sono mixati egregiamente. Il fatto che il CD sia autoprodotto è un segno ulteriore che i ragazzi ci sanno fare. Sono giovani, a vedere dalle foto su Myspace. Se riusciranno a trovare il modo di lasciare per strada, in fretta, l’alone “boyband powerpop”, sapranno, a nostro parere, dire la loro e trovare il loro spazio. Dai, ragazzi, un po’ di coraggio!

martedì 8 marzo 2011

Madddog: un ringhio dalla periferia di Milano

 


In periferia di Milano potrebbe essere nata una band che lascerà il segno.
Questi ragazzi, alla loro prima uscita discografica, con l’omonimo disco Madddog, dimostrano di avere denti affilati.
Sono nati nel 2008 e negli ultimi mesi dello scorso anno hanno sfornato un album che sprigiona energia allo stato puro.
La musica dei Madddog è una fusione di generi talmente convincente da poter diventare quasi un modello di riferimento. C’è reggae,  punk, hard-core, hard-rock e ska, ma la loro musica va oltre il genere.
Le loro melodie, originali, personali e coinvolgenti si trasmettono all’ascoltatore in modo immediato: senza nemmeno accorgersene e senza nemmeno conoscere le canzoni ci si trova a cantare con loro, a strillare UH! UH! UH! (da Burning Babylon), a battere il piede, quando non a ballare, su ritmiche che ti assalgono.
Il loro non sembra nemmeno un album d’esordio. Sembra l’album furbo di una band californiana multiplatino. Persino la grafica della copertina trasmette carattere.
Carattere, appunto. Questa è l’impressione che si ha ascoltando via via le loro canzoni. Il suono è importante, con una batteria e un basso monumentali, chitarre che intrecciano sapientemente riff hard rock e pennate reggae, per creare una base ritmica incalzante sulla quale il cantato si aggancia con una metrica perfetta e melodie che si imprimono nel cervello di chi li ascolta e non lo mollano più.
L’apertura del disco è affidata ironicamente a Near the end, che senza timidezze mette immediatamente le cose in chiaro: due accordi per un riff durissimo e subito inizia la strofa reggae, poi bridge hard rock per creare la giusta tensione che al 50esimo secondo si distende in un ritornello liberatorio. È una sintesi perfetta dello stile che si riconosce in ognuna delle tredici tracce del disco.
Funk e groove coinvolgente per Covered by fear, I go crazy, NRG, punk e ritmiche sincopate in Everybody, Feel like e Away; infine la chiusura è affidata a Dog in the shadow, che allenta leggermente la presa di un disco che si ascolta tutto d’un fiato.
Se chiudeste ipoteticamente Bob Marley, Lenny Kravitz, Red Hot Chili Peppers , i migliori No Doubt, Offspring, Green Day, in una stanza a comporre musica insieme, forse, oltre a una nube di fumo dalla dubbia provenienza, uscirebbe qualcosa che in qualche modo si avvicina alla musica dei Madddog.

martedì 8 febbraio 2011

three days Grace


Da qualche anno a questa parte sembra che il Canada rappresenti una sorta di nuova frontiera per chi vuol fare del rock ‘n roll.
Loro sono i Three Days Grace.  A qualcuno questo nome non suonerà nuovo visto che sono in giro per il nord America dal 1997. Hanno pubblicato 4 album e come nella migliore tradizione dei moderni gruppi rock multimediali, hanno piazzato i loro pezzi qua e là in serie televisive, film, tv show. Persino alcuni Wrestlers usano alcune intro delle loro canzoni per fare ingressi trionfali sul ring.
Prendete un paio di cuffie decenti, fatevi un giro sul loro sito. Partirà in automatico un giro di basso effettato che prelude all’esplosione di chitarre elettriche che riempiono  la testa e il cuore. Suono immenso. Una voce appena roca perfetta, quella di Adam Gontier, che disegna melodie immediatamente familiari. Questi sanno fare il loro mestiere. Dimostrano fin dalle primissime note di aver appreso il meglio da tutte le band che li hanno preceduti, hanno imparato i trucchi per piacere senza apparire cloni di qualcun altro, hanno un sound aggressivo ma ritmiche sincopate e saltellanti in grado di farti battere il tempo con il piede.
Hanno la faccia tosta del Bon Jovi dei primi tempi, il look dark alla Cure recentemente tornato alla ribalta con gruppi come Good Charlotte o 30 Seconds to Mars , il suono distorto e d’impatto dei gruppi hard rock dei primi anni novanta (vi ricordate gli Ugly Kid Joe?) e della scena della Seattle dei  Soundgarden e degli Alice in Chains.
Il loro ultimo disco, “Life starts now” è del 2010. I suoni sono curatissimi, definiti, enfatizzati da un drumming preciso, semplice, potente. E le canzoni sono un susseguirsi di adrenalina e respiro, atmosfere cupe e poi esplosioni di vitalità, come a raccontare il succedersi di avvenimenti delle vite dei protagonisti della band, talvolta tormentati con problemi di dipendenza altre volte euforici per le sfide vinte e il ritorno alla vita.
“Life starts Now” sembra essere un mantra d’incoraggiamento, un inno alla rinascita che chiunque può fare proprio.  Così come pare abbiano fatto Adam e compagni. Un quarto album che ha l’energia del primo.
Buon ascolto.

epyllion



Gli Epyllion sono una band emergente canadese, di Ottawa. Il Canada ha una discreta tradizione di rockers di buona qualità con una certa inclinazione al successo (Brian Adams, Alanis Morrisette, Avril Lavigne, James laBrie per citarne alcuni).
Loro sono dei ragazzotti con una grande vitalità, buona tecnica, scrivono una canzone dietro l'altra ed hanno un sound con una maturità che non ci si aspetta da una band emergente. Sono moderni, sorridenti e hanno una caratteristica meravigliosa: sono seri senza prendersi troppo sul serio. Il loro sound è pieno, stratocaster graffiante, basso incalzante, insomma, rock sano. Inoltre rappresentano, con altri che condividono lo stesso approccio, una nuova frontiera nel rock di questo secolo. Cos'hanno di speciale? Nell’era di facebook, twitter, flickr e tutto il 2.0 loro incarnano alla perfezione il concetto di condivisione nel senso moderno del termine. In anni di crisi discografica in cui riesce a emergere solo chi è molto sponsorizzato o che garantisce un ritorno sugli investimenti adeguato, hanno scardinato il concetto tradizionale di produzione di un disco facendosi finanziare il progetto dai fan. Hanno postato la loro musica su un sito olandese (ora tedesco, www.sellaband.com, nda) e chiesto a tutti coloro cui fosse piaciuta la loro musica di contribuire al loro sogno in cambio del cd appena sfornato e qualche altro benefit commisurato alla somma versata. Ce l'hanno fatta. Hanno raccolto la somma richiesta e sono riusciti a registrare, produrre e distribuire le prime copie del loro disco (in tutto il mondo!) e garantire una prima diffusione dei pezzi sulle radio canadesi. Sono visualizzatissimi su youtube, particolarmente attivi nella comunicazione con i fan con newsletter e aggiornamenti delle pagine nei vari social network, fanno concerti in continuazione.Ma, soprattutto, hanno consentito a un migliaio di fan di sognare il loro sogno di rock and roll. Come i rockers di una volta, quando i fan non erano solo dei consumatori di dischi, ma parte dello show.